Re Artù sulle tracce del sovrano tra Mito e storia

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Re Artù sulle tracce del sovrano tra il Mito e la storia

Re Artù sulle tracce del sovrano tra Mito e storia
La storicità di re Artù è oggetto di dibattito ancora oggi, soprattutto nella storiografia moderna e contemporanea. La figura del sovrano appare infatti in moltissime leggende, poemi e racconti, conosciuti complessivamente con il nome di Materia di Britannia.

Re Artù sulle tracce del sovrano tra Mito e storia – Il nome Artù, che come nome proprio di persona risulta storicamente attestato nella Pietra di Artù, in lingua celtica continentale significa orso, simbolo di forza, stabilità e protezione, caratteri anche questi ben presenti in tutta la leggenda. Un’interessante ipotesi è stata recentemente prospettata da alcuni storici britannici consulenti dell’ente televisivo statale BBC circa l’origine del nome “Arthur”. Esso, a loro dire, potrebbe infatti derivare dall’unione del termine bretone “Arth” (che significa “Orso”), con l’analogo termine di derivazione latina “Ursus”. Dal vocabolo ancestrale “Arth – Ursus” sarebbe derivato “Arthur”. Nella civiltà celtica gli uomini avevano come nome proprio quello di un animale che sceglievano per sottolineare un tratto fisico o caratteriale, e l’orso è l’animale simbolo per eccellenza della regalità. Anche sulla base del suo nome, una scuola di pensiero ritiene che la figura di Artù non abbia nessuna consistenza storica e che si tratterebbe di una semi-dimenticata divinità celtica poi trasformata dalla tradizione orale in un personaggio realmente esistito, come sarebbe accaduto per Lir, dio del mare, divenuto poi re Lear. In gallese la parola arth significa “orso” e tra i celti continentali (anche se non in Britannia) esistevano molte divinità-orso chiamate Artos o Artio. È probabile che queste divinità siano state portate dai Celti in Britannia. Va anche notato che la parola gallese arth, quella latina arctus e quella greca arctos significano “orso”. Inoltre, Artù è chiamato l'”Orso di Britannia” da alcuni scrittori. “Arktouros” (“Arcturus” per i Romani, e “Arturo” in italiano), ovvero “guardiano dell’orsa”, era il nome che i Greci davano alla stella in cui era stato trasformato Arkas, o Arcade, re dell’Arcadia e figlio di Callisto, che invece era stata trasformata nella costellazione dell’Orsa Maggiore (“Arctus” per i Romani). Altre grafie esistenti del suo nome sono Arzur, Arthus o Artus. L’epiteto di “Pendragon” gli viene invece dal padre, Uther Pendragon.

Prima leggenda su Re Artù

Goffredo di Monmouth fu il primo a citare re Artù nel suo libro Storia dei re di Britannia.
Ben presto i suoi racconti sui nobili re britannici, sorti tra il 1149 e il 1151, si diffusero in tutto il mondo cristiano dell’epoca. Artù era, secondo l’immagine che ci ha lasciato Goffredo, un re radioso, il cavaliere ideale, l’incarnazione della lealtà e della magnanimità, un Salomone redivivo che nel suo castello di Camelot aveva riunito i migliori cavalieri del mondo.

Solo un’invenzione poetica?

È noto che un anonimo del XII secolo, passato alla storia come “il maestro di Artù”, ha rappresentato una parte della storia di questo sovrano nell’archivolto del portale nord della cattedrale di Modena, chiamato “Porta della pescheria”. Vi sono scolpite le parole “Artus de Bretania”. La scena raffigura la liberazione della regina Ginevra, moglie di Artù, dal castello del gigante Caraoc. Nell’ambito delle arti figurative, questa è la prima raffigurazione di Artù, realizzata tra il 1110 e il 1130 e ciò dimostra che i racconti di Goffredo di Monmouth si basano su un racconto precedente, non inventato da lui stesso. Ma quanto era veritiero quel racconto?

Nel 1165 il maestro Pantaleone realizzò ad Otranto il famoso pavimento a mosaico. Vi sono raffigurati Alessandro Magno, alcune divinità greche e Re Artù, indicato come “Arturus Rex”, a cavallo di un animale simbolico simile ad una capra.

Re Artù storico

Grazie ad una tradizione culturale di chiara impronta orale, le antiche storie celtiche sono state tramandate nei secoli a livello popolare; Goffredo di Monmouth le trascrisse nel suo libro “Storia dei re di Britannia”.

Nella sua opera l’autore ci dice che Artù era figlio di Utherpendragon e nipote di Aurelius Ambrosius, che secondo fonti certe fu comandante dell’esercito britannico nel V secolo d.C.
Aurelius Ambrosius nel 410 combattè contro gli invasori Sassoni; nello stesso anno i Goti, comandati da re Alarico, assediarono Roma rapinando il tesoro del Tempio di Gerusalemme (che includeva tra l’altro il famoso candelabro a sette bracci) conquistato dall’imperatore romano Tito nel remoto 70 d.C.

Re Artù il sovrano britannico?

Fu un’epoca ricca di avvenimenti significativi per il Cristianesimo, promosso a religione di stato solo nel 381 d.C. sotto l’imperatore Teodosio I. In seguito agli attacchi dei pagani (Goti e Sassoni) nella Britannia regnò il caos. C’era quindi la necessità di un sovrano carismatico e Artù, con il suo essere guerriero e leale, poteva in effetti apparire come un re prescelto da Dio.

Gli studiosi Graham Philips e Martin Keatmann hanno scoperto di recente che il nome Artus era il titolo onorifico portato da Owain Ddantgwyn, figlio di un re del Gwynedd, l’antico Galles, definito “testa di drago”, da cui deriva il nome celtico “Pentagron”.

Owain era il più potente sovrano della Britannia e morì nella battaglia di Camlann nel 519 d.C., il luogo in cui, secondo Goffredo di Monmouth, morì Artù. Anche l’abate Adamann riporta nella sua “Vita di San Colombano” che re Artù, cadde nella battaglia di Camlann.

Nell’Historia Britonnum di Nennio (dell’VIII sec.) si legge che il sovrano avrebbe resistito coi suoi sudditi, di civiltà romana, agli invasori sassoni.
Con la sua morte scomparve l’ultimo sovrano della Britannia riunita, risvegliatasi dopo il dominio dell’impero romano; si diffuse così la leggenda nazionale e nostalgica dell’ultimo grande re della Britannia, dei suoi valorosi cavalieri e della Tavola Rotonda.

La famosa Tavola Rotonda fu istituita, secondo Goffredo di Monmouth, al solo scopo di diffondere ovunque la verità sul Sacro Graal. Per questa ragione vi potevano sedere solo i migliori cavalieri del paese che venivano anche chiamati i cavalieri del Graal.

Vi era inoltre un posto che non veniva mai occupato. Solo il cavaliere “puro e autentico” avrebbe potuto sedervisi rimanendo illeso. Secondo la leggenda il cavaliere più giovane, Sir Galahad figlio di Sir Lancillotto, lo occupò inconsapevolmente senza che gli accadesse nulla.

Egli era il più nobile e il più puro dei cavalieri e in quanto tale, l’unico in grado di trovare e giungere direttamente al Graal; il solo, oltre a re Artù, capace di estrarre dalla roccia la magica spada Excalibur.

Ginevra e Lancillotto

Anche la figura di Mago Merlino, maestro di Artù, è ispirata a un druido realmente vissuto. È certa infatti l’esistenza di un druido chiamato Myrddin, indovino e poeta del VI secolo.

Merlino era probabilmente un maestro di bottega, la cui scienza, in tempi molto lontani, poteva apparire soprannaturale alle popolazioni primitive del sud dell’Inghilterra. L’istituzione della Tavola Rotonda, nata per la ricerca del Graal, è a lui attribuita. Nella sua figura sono pienamente riconoscibili i contrassegni del sacerdozio e insieme la conoscenza di un sapere segreto.

Nelle vicinanze della foresta di Brocelandia dove, secondo la leggenda, è sepolto mago Merlino, si trova la cappella di Tréhorenteuc.

Tra il 1942 e il 1962, su indicazione del prete cattolico della comunità, nella cappella sono state dipinte tre insolite vetrate.

Sulla vetrata centrale è rappresentato il Graal avvolto dalle fiamme. Ha la forma di un calice color turchese e risplende al centro della composizione. Due angeli dispiegano un cartiglio: “ Il calice con il mio sangue”, sotto al quale sono raffigurati Cristo e Giuseppe d’Arimatea.

Le altre due vetrate raffigurano il Graal sulla Tavola Rotonda di re Artù. In questo caso è di colore verde perché simboleggia lo spirito Santo, ma è anche un riferimento allo smeraldo che Lucifero perse dalla corona nella sua caduta sulla Terra.

La ricerca del Sacro Graal e la rivelazione del suo segreto, compito assunto dai cavalieri della Tavola Rotonda, rappresenta la ricerca di un contenitore che dispensa e allo stesso tempo contiene la vita.

Fonte: wikipedia.org
Fonte2: goticomania.it
Fonte IGM: camelot-irc.it