Depressione nello spazio: terapia spaziale per gli astronauti

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Depressione nello spazio: terapia spaziale per gli astronauti

Depressione nello spazio: terapia spaziale per gli astronauti
Anche lo spazio con la sua calma surreale può causare frustrazioni e depressione. Per evitare che queste patologie si ripercuotano sugli equilibri psicologici degli astronauti, la Nasa sta da tempo perfezionando un programma di sostegno psicologico a richiesta, un vero e proprio video-psicologo per una terapia spaziale, in modo da assicurare il benessere agli astronauti.

Depressione nello spazio

Depressione nello spazio: terapia spaziale per gli astronauti – Sin dall’inizio, le missioni di lunga durata hanno occupato e preoccupato gli scienziati delle varie agenzie spaziali. Il punto critico sarebbero le condizioni psico-fisiche degli astronauti. Soprattutto con l’allungarsi delle missioni, ci si è orientati a mantenere il benessere mentale degli equipaggi, in special modo se si considera che ancora oggi si sta lavorando nella pianificazione di una ipotetica missione umana alla volta di Marte. Sarebbe proprio quest’ultima la vera frontiera dello spazio. Un’incognita per chiunque e, sicuramente, la sensazione di un profondo isolamento e senso di abbandono. Basti pensare che occorrono almeno otto minuti affinché giunga la risposta alla domanda posta dagli astronauti alla stazione di controllo.

Il sistema messo a punto dalla Nasa ha lo scopo di aiutare gli astronauti ad individuare le cause della loro frustrazione attraverso un sistema chiamato Problem Solving Treatment. Durante il processo, gli astronauti vengono guidati da uno psicologo videoregistrato che li segue passo per passo verso la risoluzione dei loro problemi emotivi. Il programma per il benessere degli astronauti nello spazio è stato reso possibile grazie ad un cervellone computerizzato che percepisce le risposte dei pazienti ed elabora un percorso terapeutico in base al tipo di problema presente.

Le patologie più frequenti legate alla permanenza nello spazio sono legate a questi principali fattori: il corpo degli astronauti si deve abituare all’assenza di peso, alla mancanza dell’alternanza giorno/notte e al conseguente sconvolgimento dei consueti ritmi; in più la condizione di isolamento nello spazio può provocare una profonda sensazione di disagio.

Tra gli psichiatri coinvolti in un altro progetto, denominato Program in Behavioral Informatics and eHealth presso il Brigham and Women’s Hospital, c’è anche James Cartreine, impegnato nello studio di una terapia comportamentale. In pratica, si è trattato di mettere a punto un software per la risoluzione dei problemi legati alle depressione e all’ansia. Si è ricreata una conversazione tra un terapista comportamentale ed il suo paziente corredata di domande tese a identificare il problema della persona e le misure per risolverlo. I ricercatori hanno poi stilato una serie di terapie comportamentali per agire senza il terapista stesso.

“Mi chiedevo come è possibile automatizzare quello che uno psicologo avrebbe fatto faccia a faccia con un paziente”, afferma Cartreine, “e si scopre che la Nasa era interessata a come aiutare gli astronauti nel caso in cui hanno sviluppato la depressione durante una missione”.

Era il 2001 quando il National Space Biomedical Research Institute diede l’autorizzazione a Cartreine per lo sviluppo di una terapia comportamentale sotto forma di software, denominato Virtual Space Station. La Nasa ha investito in questo progetto milioni di dollari: un investimento fondato, sostengono i responsabili del progetto, se si pensa che nelle mani di questi astronauti ci sono missioni da miliardi di dollari.

Fonte: nextme.it – Autore Federica Vitale