Calamaro Gigante terrore degli abissi

MAV navicella con destinazione Marte
MAV navicella con destinazione Marte il pianeta Rosso
17/10/2015
Fatima
Fatima il terzo segreto cosa nasconde in realtà?
20/10/2015
Calamaro Gigante terrore dagli abissi

Calamaro Gigante terrore degli abissi – I racconti di calamari giganti erano comuni tra i marinai fin dai tempi antichi e questi possono aver portato alla leggenda norvegese del kraken, un mostro marino tentacolato grande quanto un’isola capace di ingolfare ed affondare ogni nave.

Calamaro Gigante

Calamaro Gigante terrore degli abissi – I calamari giganti, ritenuti un tempo creature mitiche, sono calamari della famiglia Architeuthidae, composta da circa otto specie del genere Architeuthis. Una recente ricerca avrebbe però dimostrato che in realtà fanno tutti parte di un’unica specie.
Sono abitanti delle profondità oceaniche che possono raggiungere dimensioni ragguardevoli: stime recenti parlano di dimensioni massime di 13 metri per le femmine e di 10 metri per i maschi, dalla pinna caudale fino all’estremità dei due lunghi tentacoli (essendo secondo solamente al calamaro colossale, rimane comunque uno tra i più grandi organismi viventi). Il mantello, esclusi i tentacoli di circa 5 metri, è lungo circa 2 metri (più lungo nelle femmine, meno nei maschi). Vi sono state voci che parlavano di esemplari lunghi oltre 25 metri (tentacoli compresi), ma nessun animale di queste dimensioni è stato documentato scientificamente, principalmente a causa delle profondità abissali in cui vivono. Il Calamaro di Humboldt, invece, appartiene alla famiglia delle Ommastrephidae. Il 30 settembre 2004 i ricercatori del Museo Nazionale di Scienze del Giappone e dell’Associazione di Whale Watching delle Ogasawara catturarono le prime immagini di un calamaro gigante vivo nel suo ambiente naturale. Alcune delle 556 fotografie vennero pubblicate un anno dopo. Successivamente, il 4 dicembre 2006, lo stesso team filmò per la prima volta un calamaro gigante vivo.

I racconti di calamari giganti erano comuni tra i marinai fin dai tempi antichi e questi possono aver portato alla leggenda norvegese del kraken, un mostro marino tentacolato grande quanto un’isola capace di ingolfare ed affondare ogni nave. Japetus Steenstrup, il descrittore dell’Architeuthis, suggerì che un calamaro gigante fosse la specie descritta come monaco di mare dal re danese Cristiano III nel 1550 ca. Anche l’esistenza del Lusca dei Caraibi e della Scilla della mitologia greca può trarre origine dagli avvistamenti di calamari giganti. Si pensa che anche gli avvistamenti di altri mostri marini, come il serpente marino, possano essere stati interpretazioni erronee di incontri con calamari giganti.
L’Alecton tenta di catturare un calamaro gigante nel 1861.

Negli anni ’50 del XIX secolo Steenstrup scrisse un gran numero di pagine sui calamari giganti. Utilizzò per primo il termine «Architeuthus» (questa è la grafia che utilizzò) in uno scritto del 1857. Un frammento di calamaro gigante venne raccolto dalla corvetta francese Alecton nel 1861, e, grazie a questo reperto, la comunità scientifica iniziò ad interessarsi a questo genere. Tra il 1870 ed il 1880 si arenarono molti calamari sulle coste di Terranova. Si ricordi ad esempio l’esemplare spiaggiatosi nella baia di Thimble Tickle il 2 novembre 1878; si riportò che il mantello era lungo 6,1 metri, un tentacolo 10,7 e che questa creatura pesasse 2,2 tonnellate. Nel 1873, un calamaro «attaccò» un ministro ed un giovane ragazzo mentre erano in una barchetta nei pressi dell’isola di Bell, sempre a Terranova. Durante la fine del XIX secolo avvennero anche molti spiaggiamenti in Nuova Zelanda.

Sebbene degli spiaggiamenti continuino ad avvenire sporadicamente in tutto il mondo, non sono mai più stati così frequenti quanto quelli che avvennero a Terranova ed in Nuova Zelanda nel XIX secolo. Non sappiamo il motivo per cui i calamari giganti cominciarono ad arenarsi sulle coste, ma forse la causa di tutto fu un’alterazione temporanea delle gelide acque profonde in cui vivono i calamari. Molti scienziati che hanno studiato questi spiaggiamenti di massa ritengono che siano ciclici e prevedibili. La durata del tempo tra essi non è nota, ma lo specialista di Architeuthis Frederick Aldrich ha stimato che sia di 90 anni. Aldrich utilizzò questo valore per predire correttamente gli spiaggiamenti, poco numerosi, per la verità, che avvennero tra il 1964 ed il 1966.

La ricerca di un esemplare vivo di Architeuthis consiste anche nel trovare i suoi piccoli, comprese le sue larve, vivi. Le larve ricordano moltissimo quelle di Nototodarus e di Moroteuthis, ma si distinguono da esse per la forma dell’attaccatura della testa al mantello, dalle ventose sui tentacoli e dal becco. Nel 2001 vennero filmate per la prima volta delle larve vive di calamaro gigante. Questo filmato venne mostrato in A caccia dei giganti: sulle tracce del calamaro gigante su Discovery Channel. Fino al 2004 sono stati registrati quasi 600 esemplari di calamaro gigante.

Le prime fotografie di un calamaro gigante vivo nel suo ambiente naturale vennero scattate il 30 settembre 2004 da Tsunemi Kubodera (del Museo Nazionale di Scienze del Giappone) e da Kyoichi Mori (dell’Associazione di Whale Watching delle Ogasawara). I loro team lavorarono insieme per quasi due anni prima di raggiungere il loro obiettivo. Utilizzarono un peschereccio da cinque tonnellate con un equipaggio di soli due uomini. Le immagini vennero scattate nel corso del loro terzo viaggio in una zona di caccia di capodogli a 970 chilometri a sud di Tokyo, dove immersero a 900 metri di profondità un cavo con un’esca composta da calamari e gamberetti. Al cavo era collegata anche una macchina fotografica munita di flash. Quel giorno, dopo più di 20 tentativi, un calamaro gigante di 8 metri attaccò l’amo e vi rimase intrappolato con un tentacolo. La macchina fotografica scattò più di 500 foto prima che il calamaro riuscisse a liberarsi, quattro ore dopo. Il tentacolo del calamaro, lungo 5,5 metri, rimase attaccato all’amo. Le successive analisi del DNA dimostrarono che si trattava di un calamaro gigante.

Il 27 settembre 2005, Kubodera e Mori pubblicarono in tutto il mondo le loro fotografie. La sequenza di foto, scattata a 900 metri di profondità al largo delle isole giapponesi di Ogasawara, mostra il calamaro che si avvicina al cavo sommerso per poi attorcigliarcisi in «una palla di tentacoli». I ricercatori furono in grado di localizzare la presenza di questo calamaro seguendo da vicino gli spostamenti dei capodogli. Secondo Kubodera, «sapevamo che si nutrivano di calamari, e sapevamo quando e a quale profondità si immergevano, così utilizzammo questi animali per guidarci verso il calamaro». Kubodera e Mori riportarono le proprie osservazioni sulla rivista Proceedings of the Royal Society.
Tra le altre cose, le osservazioni dimostrano gli effettivi metodi di caccia degli Architeuthis adulti, un argomento su cui erano state fatte molte speculazioni. Le fotografie mostrano che il calamaro presenta un atteggiamento di caccia aggressivo, tanto che un suo tentacolo rimane impigliato nella palla di uncini dell’esca. Questo smentisce la teoria che il calamaro gigante sia uno sbandato che si nutre di qualunque cosa gli capiti a tiro, muovendosi raramente per risparmiare energia. Sembra, invece, che questa specie abbia una tecnica di caccia molto più attiva.

Nel dicembre 2005, l’acquario di Melbourne, in Australia, spese 100.000 dollari australiani (circa 90.000 euro) per il corpo intatto di un calamaro gigante, conservato in un gigantesco blocco di ghiaccio, catturato da alcuni pescatori al largo dell’Isola del Sud della Nuova Zelanda nel corso dello stesso anno. Ipotetica ricostruzione del presunto incontro di Erik Garner Warren con un Calamaro gigante circa nel 1707.

Agli inizi del 2006, un altro calamaro gigante, chiamato in seguito «Archie», venne catturato al largo delle coste delle isole Falkland da un peschereccio a strascico. Era lungo 8,62 metri e venne inviato al Museo di Storia Naturale di Londra per essere studiato e conservato. Venne messo in mostra il 1º marzo 2006 al Centro Darwin. Il ritrovamento di un grosso esemplare completo è molto raro, dal momento che la maggior parte degli esemplari ritrovati si trova in pessime condizioni, poiché si tratta quasi sempre di animali arenatisi sulle spiagge già morti o dei resti ritrovati negli stomaci dei capodogli.

I ricercatori intrapresero un processo meticoloso per preservare il corpo. Venne trasportato in Inghilterra nel ghiaccio che si trovava a bordo del peschereccio; in seguito venne scongelato, operazione che durò quattro giorni. La difficoltà maggiore che venne incontrata fu che il sottile mantello impiegò più tempo dei tentacoli per scongelarsi. Per prevenire la decomposizione di questi ultimi, gli scienziati li ricoprirono con pezzi di ghiaccio ed immersero il mantello nell’acqua. In seguito iniettarono nel corpo una soluzione salina per impedire la putrefazione. La creatura si trova ora in mostra al Centro Darwin del Museo di Storia Naturale, dietro ad una spessa lastra di vetro lunga 9 metri.

Il 4 dicembre 2006 Kubodera riuscì finalmente a filmare un calamaro gigante adulto nei pressi delle isole Ogasawara, 1000 km a sud di Tokyo. Era una piccola femmina lunga 3,5 m del peso di 50 kg. Venne issata a bordo del battello di ricerca, ma morì nel corso dell’operazione.

Nel 2007 un calamaro gigante attacco’ un sottomarino di Greenpeace che stava svolgendo una ricerca oceanografica in un canyon sottomarino nel mare di Bering, reagendo con getti di inchiostro ai movimenti del sottomarino, l’attacco venne filmato e messo in rete nel 2014.
La natura elusiva del calamaro gigante ed il suo aspetto terrificante hanno giocato un ruolo determinante nell’immaginazione umana, dalle antiche leggende del kraken, passando attraverso libri come Ventimila leghe sotto i mari, in cui l’equipaggio del sottomarino Nautilus si trova ad affrontare uno di questi temibili predatori degli abissi, fino ai moderni programmi di animazione televisiva.
In particolare, è molto comune l’immagine di un calamaro gigante in lotta con un capodoglio, sebbene il calamaro sia, in verità, una delle prede di questo cetaceo e non un suo combattente alla pari.

Fonte: wikipedia.org
Fonte IGM: daily.jstor.org