Astronauti del futuro: extra small e a prova di radiazioni

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Astronauti del futuro: extra small e a prova di radiazioni

Astronauti del futuro: extra small e a prova di radiazioni
Tra diversi scienziati sta prendendo piede l’idea di modificare geneticamente gli essere umani per renderli fisicamente idonei alle lunghe trasferte nello Spazio. Un’idea ai limiti della fantascienza?

Astronauti

Astronauti del futuro: extra small e a prova di radiazioni – Ci vuole un fisico bestiale. E non solo per sopravvivere qui, sulla Terra, ma anche per andare su altri pianeti. Un viaggio che, secondo diversi esperti, in futuro non sarà meramente esplorativo o di piacere. Ma necessario alla nostra stessa sopravvivenza sostengono alcuni, dato che le risorse terrestri sono destinate ad esaurirsi. Ecco perché, come racconta la rivista del Massachusetts Institute of Technology, tra alcuni scienziati sta prendendo piede l’idea di mettere a punto un essere umano fisicamente adatto alle lunghe trasferte nello Spazio. Adatto per costituzione, oltre l’idea di tute e habitat protettivi.

Niente astronauti cresciuti in laboratorio, sia chiaro, ma esperimenti che studiano il modo di alterare le nostre cellule. Per cosmonauti geneticamente modificati davanti ai quali – un po’ come nel film Gattaca – si aprono le porte di esperienze intergalattiche, quasi senza rischi.

Già nel 2011 Christopher Mason, membro del dipartimento di fisiologia e biofisica della Weill Cornell Medicine, sottolineava che la modifica genetica gioca un ruolo importante per permetterci di sopravvivere al di fuori della Terra. Sembrava impossibile fino a qualche tempo fa, invece cambiare il DNA degli esseri umani – così come di animali, microbi e piante – è diventato sempre più facile, soprattutto grazie alla nuova tecnica del “taglia e incolla” genetico CRISPR. “Non puoi spedire qualcuno su un altro pianeta senza proteggerlo geneticamente quando hai la possibilità di farlo”, ha detto Mason al giornalista Antonio Regalado. Ed è per questo che è pronto a muovere i primi passi. Dato che lo Spazio è pieno di radiazioni e particelle veloci che danneggiano il DNA, lui e i suoi studenti stanno lavorando a cellule umane a prova di radiazioni. Come? Aggiungendo alle cellule copie extra del tp53, gene che codifica la proteina p53, nota per la sua funzione di soppressore tumorale.

Ma quali caratteristiche genetiche dovrebbe avere il perfetto astronauta? C’è da fare una premessa: ci vorranno decenni di studi per capire che effetti hanno i viaggi nello Spazio sui nostri geni, e quindi quali si possono modificare e quali no. Nel frattempo, ce ne possiamo fare un’idea, ai limiti della fantascienza. Una compagnia di Boston, chiamata Veritas Genetics, determina la sequenza del genoma di chiunque per circa mille dollari e stila anche una lista dei nostri “geni spaziali”. Per esempio, c’è una variante del DNA che si associa a una buona capacità di risolvere i problemi e a bassi livelli di ansia. Qualità da non sottovalutare nelle missioni oltre l’atmosfera, come dimostrano i ripetuti esperimenti che la Nasa fa su un vulcano delle Hawaii per testare non solo le qualità fisiche, ma soprattutto quelle psicologiche dei potenziali astronauti. Utile potrebbe essere anche l’EPAS1, gene che ci permette di far fronte a minori quantità di ossigeno, o un’altra mutazione che consiste in muscoli forti ed elastici in grado di contrastare l’atrofia. Infine, un regalo alle persone di piccola taglia, il cosmonauta del futuro – suppone Regalado – è meglio che sia extra small: perché, sembra quasi un paradosso quando parliamo di Universo, lo spazio abitabile sarà poco. E occuparne di meno sarà un vantaggio.

Un altro problema riguarderà gli approvvigionamenti: e se gli esseri umani diventassero protòtrofi, cioè capaci di sintetizzare tutto quello di cui hanno bisogno a partire da ingredienti base come lo zucchero o ciò che c’è nel terreno? Qui la mutazione si spinge ancora più in là. Si parla di vera e propria fantascienza. Harris Wang della Columbia University sta lavorando per far sì che le cellule del rene siano in grado di sintetizzare amminoacidi che il nostro corpo non produce, partendo dal più semplice, la metionina, fino ad arrivare a quelli più complessi come vitamine d, c e b. Per creare una cellula autosufficiente ci vorrebbero, in totale, 250 nuovi geni. “Creare astronauti capaci di produrre da sé i nutrienti essenziali – conclude Regalado – è ovviamente immensamente complicato. Però potrebbe risultare comunque meno impegnativo delle alternative, come terraformare un pianeta”. Resta ovviamente da capire quanto la modifica del DNA sia etica e soprattutto quanto resterà di umano negli esseri umani di domani.

Fonte: galileonet.it – Autore Rosita Rijtano